Videogiochi ed Inglese: da lamentela a motivazione

Don’t tell the farmer how good is the pear with the cheese

Vorremmo tutti avere giochi con traduzioni così

Dopo un po’ che si gira su internet, si capiscono certe dinamiche. Sotto ogni notizia di un gioco della serie Shin Megami Tensei o di Ace Attorney, ci sarà qualcuno che ribadirà che “se non è in italiano non lo compro”.  È una di quelle cose che, in fondo, mi da sempre un po’ di fastidio, per via delle mie esperienze personali. Quindi vorrei provare a raccontarla, sperando forse di far cambiare idea a qualcuno. Credo di essere la persona peggiore per fare ciò, ma non scoraggiamoci prima di partire.

Iniziamo col mettere in chiaro alcune cose. Da un punto di vista generale, se un’azienda (o privato) è intenzionata a vendere un suo prodotto in una nazione, io ritengo che tale prodotto debba essere fruibile dalla popolazione locale. Ergo, se la fruibilità del prodotto è legato alla comprensione del testo, questo deve essere nella lingua nativa. Siamo però in un mondo globalizzato e ritengo anche che avere meno barriere nella distribuzione dei beni sia beneficiario per l’utente finale. Pertanto, non trovo che io “non lo pago se non ha la traduzione” abbia davvero senso. Esistono prodotti non tradotti. Non fosse distribuito fisicamente, sarebbe più digeribile la cosa.

You cannot have the bottle full and your wife drunk

Per imbattersi in questo dialogo, si deve aver visto la terza stagione di JoJo in giapponese e giocare Persona5 in inglese.

Prendiamo i libri. Se ne vedo uno su uno scaffale, pronto alla vendita, posso essere sicuro al 99% che sarà in italiano. Se però ho voglia di leggere il testo in lingua originale, internet e negozi specializzati sono in grado di soddisfare la mia esigenza senza grossi problemi. Quando vado in un negozio di videogiochi, la certezza di prendere qualcosa che sia in italiano non è così alta. Più ci si sposta dalle serie famose, più incappare in qualcosa che sia solo in inglese diventa probabile. Giochi di nicchia, tradotti dal giapponese all’inglese per il resto del pianeta terra, o giochi di sviluppatori persi nel limbo tra la AAA e gli indie.

A questo punto, entra in gioco un meccanismo molto personale. Il soppesare i propri desideri rispetto alle difficoltà che devono essere superate per ottenerli. “Ah, vorrei tanto giocare ad X, ma è in inglese.” Quindi mi stai dicendo che forse, non lo vuoi giocare davvero, che non è veramente importante. O che le difficoltà dell’inglese sono davvero così insormontabili da renderlo un’impossibilità nonostante le proprie intenzioni. Secondo me però ci facciamo troppi problemi solo per non fare cose. Dovremmo essere un po’ più positivi e proattivi.

Red sky in the evening, we hope for good weather!

Siamo di fronte ad un inglese di alta caratura

Ricordo ancora un pomeriggio di parecchi (MILLE?) anni fa. Mi stavo recando nel negozio di videogiochi della mia città con i miei perché volevo comprare un nuovo videogioco. Avevo preso da poco la Playstation 1 e dopo Legend of Dragoon e Final Fantasy IX, entrambi giochi che adorai, volevo prendere e provare Final Fantasy VII. Ne parlavano tutti bene, sembrava essere il Final Fantasy migliore. Però al negozio, ebbi una brutta sorpresa. Presi la custodia e, leggendola, mi accorsi che non era in italiano. Considerando che già avevo avuto “problemi” con Zelda Ocarina of Time su Nintendo 64 (non era in italiano) e sapendo che i Final Fantasy avevano tanto testo, rimisi il gioco al suo posto.

Per non andarmene a mani vuote, presi Final Fantasy VIII, il primo capitolo della serie ad essere localizzato in italiano. Ma feci una promessa a me stesso. E lo dissi anche ai miei. “Non sono ancora così bravo con l’inglese da godermelo appieno, lo prenderò quando sarò migliorato”. Perché il mio obiettivo era quello di giocarci. Non di lasciar perdere. Così, studiai. Tanto a scuola ci dovevo andare comunque ed inglese era una materia. Iniziai a seguire dei corsi pomeridiani di inglese, per ottenere una delle certificazioni riconosciute in Europa. E col tempo, iniziai a fruire ai vari media non tradotti in italiano.

Who finds a friend, finds a treasure!

Torment: Tides of Numenera ha un inglese così forbito che gli stessi inglesi ed americani se ne sono lamentato a più occasioni online.

Quando finalmente presi Final Fantasy VII riuscii a capirlo. C’era molto slang in alcuni personaggi, come Barret, ma lo considerai fattibile. E non è che aspettai neanche così tanto tempo prima di prenderlo. Non furono necessari anni ed anni di studio folle e disperato. E così, continuai a giocare, ignorando la presenza o meno di una traduzione. Non sono neanche diventato uno di quelli che deve giocare a tutti i costi con l’opera in lingua originale. Scelgo in base alle preferenze ed alla qualità. I lavori Nintendo e Blizzard sono di solito localizzati in modo ottimo e non li ho mai giocati in inglese.

Quindi quello che mi sento di dire è questo: se trovate un ostacolo, non lasciate che rimanga tale, ma cercate di trovare il modo di superarlo, se quello che c’è dall’altra parte vi interessa davvero. Lo so, imparare un’altra lingua non è di sicuro facile, molto dipende in che punto della propria vita si ha la propria epifania. Io mi ritengo fortunato di aver “deciso” di imparare l’inglese mentre ero ancora a scuola, quindi nel periodo migliore per imparare. E so che imparare davvero una lingua per coglierne tutte le sfaccettature, vuol dire imparare la cultura dietro la lingua, cosa non certo immediata da fare. Se invece si è già grandi, col cervello in fase poco elastica, con il lavoro, la famiglia e relativamente poco tempo da dedicare ad imparare qualcosa di nuovo… si avete la mia comprensione.

 

Però non è forse vero, che facciamo le cose più difficili per le nostre passioni? Non possiamo usare il videogioco non solo per divertirci, ma anche per crescere? Già è in grado di insegnarci molto, una lingua in più cosa sarà mai? Ed è proprio qui il punto. Trovare il punto di svolta. “SHIELD takes the world as it is, not as we’d like it to be”, diceva qualcuno.