Samus Aran: un racconto liberamente ispirato

– Note disperse in un universo lontano

 

Mentre sono qui nel nulla sconfinato, circondata dalla sola essenza stessa dell’universo, percepisco nuovamente ciò che la mia vita non richiesta mi ha fatto diventare.

So perfettamente che attorno a me, più lontano di ciò che i miei occhi o la mia tecnologia possano percepire, c’è vita.

Milioni di stelle e galassie regolate dalla sola essenza stessa del caos, la lotta per l’estinzione e la non estinzione.

Milioni di creature si divorano in un incessante gioco continuo del caos, ed io ne sono ciclicamente risucchiata dentro, spogliata da esse per poi lentamente e nuovamente assemblarmi, per poi nuovamente rinascere come quel mito terrestre.

Ancora ed ancora.

Quasi che la mia intera vita fosse solo una sconfinata sequela di momenti rubati all’intrattenimento di un giovane chiuso nelle pareti di quella che nella sua lingua chiamerà “casa”.

Conosco bene la vita, ma ne sono negata, quasi sempre estranea per diritto di nascita.

Ora, nella mia età più matura, ne percepisco solo ricordi e riflessi.

La mia vita continua, incastrata tra mondi disabitati, violenti, feroci.

Astronavi abbandonate e distrutte che fluttuano solitarie nello spazio infinito.

Specie su specie da analizzare, inscatolare in slot di memoria e poi … sistematicamente … uccidere.

Il mio lavoro consiste prevalentemente in questo.

“Specicidio”, “omicidio”, “piraticidio”.

Mantengo l’ordine un colpo di cannone alla volta, che sia plasma o laser o perché no, un missile … poco importa.

La si può portare in vari modi la morte.

Ma, a ben vedere, le differenze alla fine sono da ricercare solo nei segni di quei tessuti di un corpo in decomposizione.

La mia vita ha molti nomi…. per gli altri è “mantenere l’ordine, consegnare giustizia”.

Per me … per me è la sola cosa che sappia fare da sempre, la sola cosa che la mia intera vita sembri richiedere.

Certo c’è esplorazione, c’è scoperta, c’è acquisizione di conoscenza… ma ormai… millesimo mondo visitato… poco mantiene il gusto dell’avventura, la mia è sopravvivenza e pulizia.

Attorno a me v’è vita, questo è indubbio.

Ma ciò che resta ormai e solo solitudine, l’assoluta immobilità, quel silenzio che non è propriamente un silenzio, ma un suono  freddo che riverbera ovunque.

Gocce di suono si propagano con la stessa consistenza dell’acqua salmastra e lenta.

Sembra che tremi, dando l’illusione di un suono.

Ma è suono aggiunto solo dalle nostre orecchie.

Perché ogni cellula del nostro essere biologico non potrebbe permettersi di percepire quell’eterno vuoto. Come un corpo privo di tuta esposto ora al vuoto, la vita in essi si limiterebbe all’annichilimento in se stessa, neanche un buco nero a ricordarne la sua precedente presenza, solo il nulla sopraggiunto rapido in una manciata di istanti.

L’implosione del tutto, di quel tutto temporaneo che un tempo era vita infinita.

Mentre pattuglio di ronda i confini del settore “Zebes/64-F” attorno a me vi è solo il silenzio, interrotto dai respiri calmi che fuoriescono dalla mia tuta.

Alle volte lascio che il vuoto entri nella mia nave, lo immagino riempire ogni spazio di nulla assoluto e, al sicuro della mia tuta, posso immaginare di essere ancora la ragazza di un tempo, i miei lunghi capelli biondi mossi lentamente dal vento di una terra che possa chiamare casa.

La malinconia di una vita che non ho vissuto si impadronisce di me “sarei potuta essere molte cose” mi dico.

Ma è solo un gioco, un vezzo futile che la mia mente accetta per ricordarsi che la mia vita è vita comunque, che il tutto non è solo una sequela di capitoli da videogame.

Che io sono qui, viva e presente.

Solo un gioco.

Io sono quello che sono, una cacciatrice, la migliore nel mio mestiere, dicono.

Io uccido, il mio corpo è stato dotato della miglior armatura e delle migliori armi, a me il peso e l’onere del suo utilizzo.

In alcuni mondi sono vista come una salvatrice, una giustiziera, ma alla fine sto solo dalla “giusta” parte della barricata, ancora una volta solo per diritto di nascita.

Dei principi mi sono stati donati in crescita dal più antico dei popoli, una specie in cui non posso riflettermi e comprendere pienamente ma che, ciononostante, è in me in molti modi.

Ma che, proprio per questo non posso abbandonare, quasi fosse alle volte un peso.

Queste mie origini mi han resa una donna diversa, non v’è nulla in questa mente che possa considerarsi “umano” davvero, solo riflessi, ricordi, sfumature di una cultura toltami in fasce.

Sono un’orfana di due mondi distanti, di due specie distanti, una biologica l’altra di adozione.

E come ogni orfano che si rispetti ho ritagliato un posto mio e mio soltanto in questo universo di folli.

Il mio corpo, la mia essenza, ciò che sono e che spesso io stessa non afferro, è chiuso al mondo degli altri.

Ermeticamente sigillato prima in una tuta, come una seconda pelle oramai, e poi, su tutto, riflessi metallici arancioni e  luci verdi ,a ricordare che qui dentro … da qualche parte … c’è un cuore.

Il tutto mi appare confuso alle volte, la vita fin troppo rumorosa, ovunque spari, artigli, urla ed esplosioni.

Ma non qui, non ora, non dentro me.

Qui è calma ed assoluto silenzio … o quasi … quel riverbero metallico e ciclico resta, in quel riverbero mi identifico, lo sono io stessa.

E come il nulla alla fine mi rispecchio in tutto, tutto travolgo e riempio.

Solitudine sono, solitudine sarò, e per i miei innumerevoli nemici sarò anche morte, fine, distruzione, davanti al mio braccio la loro vita sarà in ogni modo assorbita.

Implosa.

Questo è ciò per cui sono nata, questo è ciò che sono e ciò che sarò, ciclicamente, sempre.

– Dal diario di bordo della cacciatrice di taglie: “Samus Aran” – Autorizzazione galattica ACK – 94 B.

 

Un racconto di: Fabrizio Fortuna (AKA) Jerusalems